Programma corsi dottorali a.a. 2017-18

SP 2018

Francisco Jarauta, Estetica del secondo Novecento
Seminario, 3 ECTS

22 -25 maggio 2018, 13h30-17h30 (4 incontri)

22.5, aula 351 - Espressionismo Astratto e Informalismo europeo: nuove poetiche

23.5, aula 351 - Mark Rothko: visible-invisible

24.5, aula 351 - Le derive dell'Identità: nuovi scenari

25.5, aula 354 - Poetics / Politics

Per la Storia dell'Arte la Seconda Guerra Mondiale ha significato la fine delle Avanguardie storiche e, al tempo stesso, la comparsa di nuovi linguaggi artistici. L'Espressionismo Astratto americano e l'Informalismo europeo condizioneranno con le rispettive poetiche il pensiero degli anni Cinquanta e Sessanta, mentre negli anni Settanta saranno i dettami del Minimalismo ad imporsi come riferimento estetico per l'arte istituzionale. La 'svolta etica' nella cultura degli anni Novanta farà emergere nuove problematiche e, a partire dal dibattito sull'identità e sulle diverse forme di cosmopolitismo, darà luogo ad un 'impulso allegorico' in virtù del quale l'arte si aprirà anche ai linguaggi di altre discipline.

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Ciclo di lezioni: Moderni e classici: come leggerli e interpretarli (parte III - 4 lezioni)
1 ECTS

A partire dalla pratica del commento, affiancata in anni recenti da un costante incremento di studi di "genere" e che tocca da vicino il lavoro e le esperienze di ricerca di dottorandi e di docenti, il ciclo vuole offrire uno sguardo, o meglio, una pluralità di sguardi diretti su «Come si commenta un testo?» (E. Raimondi), nella completa trasversalità cronologica e dei generi affrontati. Cercando dunque da un lato di fornire un accesso all'officina del critico-commentatore - preso nel tentativo di penetrare quella dello scrittore (e dello scrittore-lettore) -, sulla base di casi storicamente esemplari, s'intende sollecitare al contempo una discussione in prospettiva storica sulla tradizione del commento e sui suoi sviluppi, con aperture di carattere anche teorico verso i problemi delle fonti e dell'intertestualità, del suo valore nell'era delle banche dati, dell'autocommento.

Bibliografia essenziale 

Niccolò Scaffai (Université de Lausanne), Appunti per un commento alla 'Bufera' di Montale - 7 maggio 2018, 14h30-17h30, aula 351

La Bufera e altro (1956), terza raccolta di Eugenio Montale è uno dei più importanti libri poetici del Novecento, vertice e compimento, per diversi aspetti, dello stile alto dell'autore. Un commento ai testi della Bufera richiede da un lato l'attenzione alle figure e ai simboli già fissati da Montale nelle sue precedenti raccolte, dall'altro la comprensione degli sviluppi della sua poetica, spinta verso un esito a tratti manieristico. Nel seminario, si proporranno esempi di analisi e commento di alcuni testi esemplari della Bufera, estratti di un lavoro in corso che vedrà la luce per Mondadori. Si rifletterà ad esempio sul nesso tra la poesia e i suoi referenti, sul rapporto tra l'interpretazione del singolo testo e la sua collocazione in una raccolta organizzata, sulle relazioni inter- e intratestuali, senza trascurare le spiegazioni sui metodi e le procedure concretamente attuabili per allestire il commento a un libro di poesia del Novecento.

Emilio Manzotti, Il "lavoro" del commentatore. Su un frammento di prosa gaddiana (I viaggi di Gulliver, RR II 953-66) - 27 aprile 2018, 14h30-17h30, aula 251

«Andate a veder mondo e paese! E modi e genti, torri e palazzi». Così l'invito, il programma anzi, in testa ad un capoverso dei gaddiani Viaggi di Gulliver (1933), lo splendido frammento - una decina di pagine -  tra saggio e prosa d'arte, nello stile arcaizzante di Eros e Priapo, strettamente legato. come Villa in Brianza di quattro anni anteriore, alla Cognizione del dolore. Edito la prima volta solo nel 1970 entro un volume-omaggio a Raffaele Mattioli curato da Gianfranco Contini, successivamente più volte (con varianti) ristampato da Dante Isella, e infinite volte citato dalla critica, il frammento gaddiano, di ardua lettura, non ha mai fatto oggetto, dopo il saggio di Mauro Bersani e Claudio Franchi in «Strumenti Critici» n.s., I (1986), di un'analisi puntuale in forma di commento.    
Commento indubbiamente problematico, quello dei Viaggi di Gulliver, per le molteplici ragioni (lingua 'falso-antica', consecuzioni apparentemente logiche ma fortemente analogiche, allusioni cifrate, fonti a volte cifratissime, ecc.) di cui e su cui si vuole appunto discutere in dettaglio. Ad aprire il seminario una breve introduzione d'ordine generale sulle specificità, positive e negative, della forma testuale 'commento' e il correlato esame comparativo di alcune edizioni annotate di una lirica carducciana, la Nevicata di Odi barbare II.

Fabio Pusterla, La disperazione del commentatore. L'esperienza dell'edizione critica delle opere narrative di Vittorio Imbriani - 23 aprile 2018, 14h30-17h30, aula 351

Vittorio Imbriani è un narratore inquieto e stilisticamente molto composito, che appartiene al filone espressionista e che fa largo uso del  pastiche linguistico, cui si accompagnano un uso particolare e provocatorio della punteggiatura, un diffuso citazionismo (con spiccata predilezioni per gli autori minori e rari) e una generale tendenza al sabotaggio narrativo e strutturale della pagina.  Per di più, la sua vita sregolata e contraddittoria ha provocato, dopo la sua morte precoce, una reazione distruttiva della moglie, che ha tentato di distruggere carte e pubblicazioni, non di rado consistenti in edizioni minuscole a bassa tiratura.
Il commentatore di un siffatto autore, caro a Gadda,  deve dunque affrontare una vasta gamma di problemi, ora filologici, ora linguistici, ora legati alla reperibilità delle edizioni originali ottocentesche e allo scioglimento delle citazioni, non di rado enigmatiche; difficoltà supplementare, comune stavolta a molti commenti, sarà quella di calibrare il lavoro esplicativo, cioè di immaginare la comunità di lettori a cui ci si vuole rivolgere.
L'incontro proverà dunque a ripercorrere le tappe, le fatiche e talora le disperazioni di un commento.

Giacomo Jori, La poesia epica di Furio Jesi: fonti e criteri per il commento e per l'interpretazione - 27 marzo 2018, 10h30-13h30, aula 402

Gli studi su Furio Jesi hanno trascurato il suo unico libro di poesie, L’esilio (Roma, Silva, 1970). Fra le ragioni di tale oblio vi è di certo lo stile oscuro, enigmatico del dettato. Lo stesso Jesi afferma di averlo concepito quale anonima evocazione di «luoghi comuni», nell’ambito di un repertorio che si estende da Foscolo a Ezra Pound, da fruire senza bisogno di chiose. Tuttavia, il quasi mezzo secolo che ci separa dall’edizione, hanno reso opaca una proposta poetica che all’autore, nel contesto al quale si rivolgeva, doveva apparire leggibile. Riproporre quel libro significa dunque in primo luogo - ed è ciò che la lezione si propone di illustrare - contestualizzarlo e commentarlo, per accedere al suo significato, a quel «mystère-de-nous partagé» nel quale risiede, per Jesi, l’essenza della poesia. La lezione sarà un’occasione per riflettere, sulla scorta di questo esempio paradigmatico, sulle cesure storiche e culturali che rendono di ardua leggibilità non meno di quelli del passato i testi contemporanei.

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Scuola dottorale confederale in Civiltà italiana

Incontro plenario 2018, 1.5 ECTS

13 - 14 aprile 2018, Universität Bern, Berna

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SA 2017

Ciclo di lezioni: Moderni e classici: come leggerli e interpretarli (parte II)
1 ECTS

Marco Maggi, Filologia galileiana

21 dicembre 2017, 14h30-17h30, aula 355

Nel corso del XVII secolo si assiste a una profonda revisione delle concezioni e delle pratiche del commento ai testi. In età umanistico-rinascimentale, questo momento fondamentale della filologia era principalmente correlato alla nozione di copia, da intendersi tanto come riconoscimento della priorità del momento della restituzione del testo, quanto con riferimento all'abbondanza o profusione delle glosse che lo contornavano. Una spia del mutamento rispetto a quest'attitudine è già presente negli Essais di Montaigne, nella diagnosi circa un'attualità nella quale «nous ne faisons que nous entregloser»; da parte loro gli apologeti della nuova scienza seicentesca biasimano le «strette alme a' libri e tempii morti/ copiati dal vivo con più errori» - i contemporanei vanamente in cerca del vero sui libri di carta, - spronandole a volgersi all'unico testo in grado di soddisfare il naturale desiderio di sapere, il libro della natura: «deh, torniamo, per Dio, all'originale» (Campanella, Modo di filosofare). Al di là dell'esibito massimalismo della lettera, lo spirito di affermazioni di questo genere costituisce un importante sintomo di un processo di trasformazione delle teorie e delle pratiche di commento, i cui parametri essenziali sono l'emergere della soggettività dell'interpres e la ricerca di un'espressione incisiva: in una parola, l'affermarsi di uno stile, termine che, col designare una tournure personale, conserva contemporaneamente in trasparenza la discendenza etimologica dallo strumento settorio dello stylus. Come scrive un erudito inglese a inizio secolo, ravvivando un'antica parentela con la lezione di anatomia, il commentatore è «the Surgeon of Old Authors». Nel corso del seminario tali trasformazioni verranno indagate in relazione al padre del nuovo atteggiamento epistemologico, Galilei. Nello specifico, si analizzeranno forme e modalità del commento nel Saggiatore, opera che l'autore sceglie di strutturare in forma di glossa - pericope per pericope, talora mot à mot - del testo del principale avversario nella «disputa delle comete» scoppiata nell'anno 1618. Particolare attenzione sarà dedicata all'intertestualità letteraria del commento galileiano, con l'obiettivo di accertare la pertinenza della nozione di «filologia galileiana» già proposta da Raimondi e, in precedenza, dall'editore settecentesco Pasqualoni, che invitava a riguardare lo scienziato «eziandio siccome un profondo Filologo».

Corrado Bologna - Sergio Di Benedetto - Stefano Prandi, Commento e autocommento fra parola e immagine nella poesia del XVI sec.

12 ottobre 2017, 14h30-17h30, aula 250

Il genere dell'autocommento non può non riflettere, per la letteratura volgare italiana, il grande modello del Convivio dantesco. La tradizione di questo modello feconda, nel secondo Quattrocento, la riflessione dei neoplatonici fiorentini, maturando soprattutto con il Comento del magnifico Lorenzo de' Medici sopra alcuni de' suoi sonetti, che giustifica la dignità e la necessità del genere con queste parole: «nessuno può meglio sapere o eligere la verità del senso suo, come mostra assai chiaramente la confusione che nasce dalla varietà de' comenti, ne' quali il più delle volte si segue più tosto la natura propria che la intenzione vera di chi ha scritto».
Manca un autocommento dell'Ariosto. L'Orlando Furioso è un libro colmo di figuratività, potenzialmente già disposto ad accogliere figure. Tuttavia l'autore non lo pensa ancora illustrato. È troppo presto: l'episteme non è ancora matura perché questa solidarietà fra testo e immagine sia consustanziale all'atto creativo. Occorrerà aspettare i Promessi Sposi del 1840, che Manzoni farà comporre dai suoi stampatori Guglielmini e Redaelli secondo l'architettura di un'attenta mise en page autoriale, costruita con cura insieme con l'incisore Francesco Gonin, il quale eseguirà fedelmente le indicazioni dell'auctor-editor. Tuttavia proprio intorno al Furioso si organizza precocemente un sistema di illustrazioni che funge, in qualche modo, da commento figurativo. Per volontà di operatori culturali attenti ai nuovi sistemi e valori del mercato librario di larga scala si moltiplicano, dando vita a un corpus di immagini che presto divengono canoniche, stabilizzandosi in schemi illustrativi anche combinabili ed esportabili da un episodio all'altro, e a libri diversi. Il ruolo canonico di Ariosto come nuovo modello della narrazione versificata opera così nel contempo a favore di una diffusione dei sistemi di immagini e di una loro omologazione.
Uno dei problemi che il seminario affronterà è anche il rapporto fra autocommento e genere letterario a cui esso si applica. Il genere lirico appare più aperto di quello epico-romanzesco a questa dimensione autoesegetica. Nella seconda metà degli anni Ottanta del Cinquecento, Torquato Tasso incominciò a lavorare a un autocommento delle proprie rime, che accompagnò le edizioni mantovana e bresciana all'inizio degli anni Novanta. Celso Cittadini, nel 1585, rese pubblico un autocommento alle Rime platoniche, mentre lasciò inedito quello agli Ardori. Anche Gerolamo Benivieni, la cui Canzona dell'Amor celeste e divino circolò con un Commento di Giovanni Pico, dopo l'esperienza savonaroliana mise a punto un commento alla propria rimeria "piagnona" e spirituale, pubblicato a Firenze, insieme con le liriche originali, nel 1500. In questo esempio, come in quello tassiano,  commento e autocommento sembrano dialogare in forte dialettica culturale.

Salvatore Silvano Nigro, Riflessioni di un commentatore del Manzoni

27 settembre 2017, 10h30-13h00, aula 321

La lettura critica del Cinque Maggio è un buon inizio per entrare nell’officina di un commento ai Promessi Sposi. L’ode manzoniana si proietta sulle pagine più importanti, e più segrete, del romanzo, lavorandole dal di dentro. Un’altra soglia è data dalle illustrazioni. E c’è anche un gradino da non trascurare: quello delle opere pittoriche con le quali si intreccia la scrittura del romanzo. Un commento ai Promessi Sposi ha bisogno di fare i conti con la scrittura, con le illustrazioni che Manzoni ha voluto, con una ricca quadreria (soprattutto secentesca, e non solo) che si proietta nell’opera scritta. La figura di Don Ferrante, con la sua biblioteca, fornisce al commentatore molte chiavi per illuminare i rapporti che il romanzo di Manzoni intrattiene con la letteratura del Seicento, soprattutto con quella in apparenza marginale autorevolmente mediata da Cervantes.

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Scuola dottorale confederale in Civiltà italiana
Giornate residenziali 2017, 3 ECTS

31 agosto - 3 settembre 2017, Istituto Svizzero, Roma

 

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